Lo chiamano “lavoro dipendente mascherato”. Un lavoro da dipendente, ma con Partita Iva.
Sono tornati ad essere sempre più numerosi i giovani (e i meno giovani) che per riuscire a lavorare sono costretti ad aprirsi una Partita Iva pur facendo un lavoro sostanzialmente da dipendente, anche se non regolato allo stesso modo dal punto di vista fiscale e contributivo. Il fenomeno non è certo nuovo ma era stato, almeno a partire dal 2000, mitigato dalla diffussione di altre forme di lavoro non standard come le collaborazioni.
I datori di lavoro, schiacciati da troppo tempo ormai dalla crisi economica, propongono sempre più spesso questo tipo di rapporto lavorativo proprio per ovviare alle spese contributive che graverebbero troppo sull’azienda. Oggi senza dubbio è tornato preferibile e più facile e meno oneroso far lavorare con la partita iva piuttosto che in collaborazione. Così, chi sia costretto a lavorare con queste condizioni deve far fronte da solo ai contributi e alle tasse che la Partita Iva comporta, dimezzando il proprio guadagno annuale.
Il fenomeno del “lavoro dipendente mascherato” è uno dei risultati di una situazione sempre più complicata nel mondo del lavoro dove i compromessi pur di avere un’occupazione sono sempre più controversi.
Proprio su questo particolare tema, il settimanale del Tg3 Veneto ha confezionato un approfondimento arricchito da testimonianze di lavoratori coinvolti nel “lavoro dipendente mascherato” e dagli interventi, tra gli altri, del Direttore scientifico della Fondazione Corazzin. Il tema è stato infatti al centro della recente ricerca sulle conseguenze della precarietà lavorativa per le giovani coppie i cui risultati sono pubblicati nel libro di Ludovico Ferro, Aspettando la Flexicurity (Marsilio 2009).
Di seguito il video del Tg3.